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Verso la Terra Promessa

Il cammino è verso la Terra Promessa. Verso la Padania, entità territoriale inventata dalla Lega Nord, partito politico nato nel 1989 come federazione di parte dei gruppi indipendentisti dell’Italia settentrionale presenti in particolar modo in Veneto, Lombardia e Piemonte. La più recente declinazione della Padania è riassunta nel progetto della Macroregione del Nord, nuovo organismo amministrativo che dovrebbe sorgere unendo le tre regioni citate in quanto “territori che hanno radici storiche e culturali comuni”, che costituiscono “il motore produttivo del Paese”, si legge nei documenti del partito.

“Senza la Padania la Lega non sarebbe nata e senza la Lega la Padania non avrebbe un nome.”

Il filo conduttore di queste due espressioni è la volontà di indipendenza dal resto dell’Italia e di autonomia fiscale attraverso la secessione o l’introduzione di un sistema federalista che divida il Nord, la parte continentale del paese, dalla Penisola che si estende nel Mediterraneo.

Il progetto, che ha avuto il culmine simbolico nella dichiarazione di indipendenza della Padania del 15 settembre 1996, è fallito in termini pratici, al momento non esistono infatti né lo stato Padania, né la Macroregione del Nord. L’insuccesso è però solo parziale, visto che in anni di propaganda e di gestione del potere, sia a livello centrale sia a livello locale, la Lega Nord è riuscita a influire sulla percezione del territorio insistendo sull’idea di un settentrione staccato diviso dal resto del paese, un settentrione più ricco, laborioso e onesto, oltre che sfruttato fiscalmente, e lavorando all’introduzione della Padania come realtà territoriale nel linguaggio comune. Senza Lega Nord la Padania non esisterebbe, ma al tempo stesso senza Padania la Lega Nord non avrebbe prosperato, seppure con fortune elettorali alterne, fino a diventare il partito più vecchio ora presente nel parlamento italiano. Il suo leader e segretario è stato Umberto Bossi, diventato senatore nel 1987 con la Lega Lombarda, progenitrice della Lega Nord, fino a quando gli scandali legati alla gestione dei fondi del partito l’hanno travolto, lasciando spazio nel 2012 al più giovane Roberto Maroni e successivamente a Matteo Salvini.

La Lega è un frullatore in cui è finito di tutto: indipendentisti, secessionisti, affezionati elettori della Democrazia Cristiana, il partito che ha gestito le sorti dell’Italia dal secondo dopoguerra ai primi anni Novanta, militanti di sinistra delusi o orfani del partito comunista più grande d’Europa, massoni, estremisti di destra; e ancora protesta contro la classe politica e le tasse intese come sinonimo di sfruttamento, odio verso le regioni del Sud Italia, verso gli immigrati, verso l’Islam, ostilità nei confronti dell’Europa e dell’Euro, paganesimo con richiami celtici e cristianesimo radicale, compartecipazione al potere centrale, il partito è entrato in tre governi, e rivendicazione delle istanze locali nelle amministrazioni decentrate, come regioni, province o comuni.

Al di là delle vicissitudini politiche della Lega, la manifestazione più originale di questa formazione sta nella lettura che ha fatto dello spazio pubblico, uno spazio di cui riappropriarsi attraverso miti fondativi necessari a dare un senso comune a un territorio ormai privo di punti di riferimento in seguito ad un’espansione economica e urbanistica rapida e di rara portata. Il primo passaggio è stato l’individuazione di un’origine etnica per le persone che abitano questi luoghi: per trovarla gli ideologi del movimento hanno scavato fino all’epoca pre-romana, in cui le terre tra le Alpi e gli Appennini, attraversate dal fiume Po, erano abitate dai Celti, o Galli. Secondo Gilberto Oneto, autore del libro “L’invenzione della Padania”, vi sarebbe un patrimonio genetico comune che testimonia questo legame: gli abitanti della Padania porterebbero insomma nel loro dna le tracce delle loro origini celtiche e questo servirebbe a dimostrare l’esistenza di un popolo nato e cresciuto nel medesimo contesto. Naturalmente, l’espansionismo di Roma, che attorno al duecento a.C. iniziò la conquista delle terre padane, è letto in questi miti fondativi come primo segno dell’oppressione centralista che tornerà a manifestarsi in seguito all’unificazione dell’Italia, avvenuta nel 1861. Oltre agli antenati celti, i Padani possono vantare una parentela stretta con i Longobardi, popolazione venuta dal nord Europa che tra il sesto e l’ottavo secolo d.C. fondò e sviluppò un regno che arrivò a coprire l’Italia fin verso il meridione.

Oltre agli antenati celti, i Padani possono vantare una parentela stretta con i Longobardi.

Via Padania
Via Padania compare ventisei volte nella Macroregione, via Gianfranco Miglio è segnalata in nove diversi centri. La prima si è diffusa dal 1996, anno della Dichiarazione di Indipendenza: dato che spesso si tratta di strade di recente realizzazione, rappresentano perfettamente l’ideologia del disastro tra lottizzazioni produttive, commerciali e abitative. Nel secondo caso viene omaggiato il principale ideologo della Lega Nord, fiero federalista e protagonista della prima fase del partito fino alla rottura nel 1994 con il leader Umberto Bossi, che lo definì una scoreggia nell’universo.


Poi, dopo la morte nel 2001, avvenne la riabilitazione e iniziarono le intitolazioni, anche per via di una certa carenza padri fondatori. Nel 2010 gli è stato dedicato anche un polo scolastico, a Adro (Macroregione Centrale), diventato famoso per i padanissimi Soli delle Alpi piantumati in ogni dove, dai banchi dei bimbi al tetto, poi fatti rimuovere. È a Miglio che si deve l’idea di un’Italia suddivisa in tre Macroregioni: la Padania, l’Etruria e la Mediterranea, oltre alle cinque a statuto speciale. Per chiudere il cerchio, a ottantaquattro metri di distanza dalla scuola che porta il suo nome c’è proprio via Padania.

“Il successo della Lega Nord è maggiore nelle zone pedemontane e montane mentre tende a diluirsi in quelle pianeggianti della bassa padana”

Un po’ più complessa è stata la definizione dei confini territoriali della Padania. Dal punto di vista lessicale si dovrebbe trattare delle regioni attraversate dal Po, altrimenti chiamato Padus, inteso anche come confine meridionale dello stato immaginario oltre il quale vivono i terroni, il termine dispregiativo con cui viene indicato chi vive nell’Italia centro-meridionale. Anche per questioni elettorali è stato fatto il tentativo di espandere il più possibile il limite dei territori padanizzabili arrivando a comprendere parti centrali della Penisola come la Toscana e le Marche, ben oltre il limite segnato dal fiume. Complessivamente, dunque, nella sua massima estensione la Padania era formata da Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana e Marche, ricalcando in parte le aree di dominio longobardo. Il blocco centrale di questa piccola galassia è certamente costituito da Piemonte, Veneto e Lombardia, le colonne stesse della Macroregione: è qui, nella fascia pedemontana che si affaccia sulle Prealpi, attraversata dall’autostrada A4, che si è svilupata la parte più produttiva del Nord Italia, quella più lavorata e abitata, quella che aspira a un’autonomia fiscale per goderne i benefici, quella in cui l’idea del nuovo confine da disegnare ha ricevuto le risposte più convincenti, anche sul piano elettorale. Il cuore economico della Padania corrisponde all’area più direttamente identificabile con le spinte secessioniste e federaliste della Lega: tutto è partito dal Veneto, ma nel corso degli anni è stata la Lombardia a dominare politicamente il movimento e il Piemonte si è accodato. Queste tre aree sono quelle in cui i leghisti hanno conquistato la presidenza degli enti regionali ed è qui che si trovano le loro roccaforti elettorali: il loro successo è maggiore nelle zone pedemontane e montane mentre tende a diluirsi in quelle pianeggianti della bassa padana. Questo dato è rimasto costante nella lunga vita del partito e suggerisce l’idea di arroccamento, di difesa, di chiusura nei confronti di una pianura in cui l’orizzonte si apre verso l’ignoto.
L’autostrada A4, la Grande Madre con il suo moto continuo di uomini e merci, è il vero simbolo centrale della Padania, molto più del Po che resta in realtà distante dai luoghi di produzione della ricchezza.

Per un partito in cerca della Terra Promessa, però, l’autostrada su cui molti dei padani perdono il loro tempo sarebbe stata un’immagine difficile da rendere affascinante, mentre il grande Po, che la maggior parte dei padani incontra e attraversa solo durante i viaggi verso l’Italia centrale o meridionale, si prestava meglio a diventare una figura mitica. La Lega Nord si è appropriata del fiume più lungo d’Italia elevandolo al punto da chiamarlo Dio e nel settembre del 1996 ha inaugurato alla sua fonte un viaggio di tre giorni che si è concluso a Venezia con la proclamazione dell’indipendenza. Anche se non definiva i confini della Padania, il Po serviva a indicare un qui e un noi contrapposti a un là e a un loro. Le sue acque, raccolte in una sacra ampolla durante il viaggio triduo, hanno un potere salvifico nella mitologia leghista.

In realtà, si tratta di uno dei fiumi più inquinati d’Europa, usato per lo smaltimento di veleni industriali e di acque fognarie, anche grazie alla cronica mancanza di depuratori nel territorio padano. E il suo letto, come il suo greto, è stato depredato per l’escavazione di sabbia e ghiaia.
Significativamente, i leghisti hanno scelto come loro inno il Va, pensiero del compositore Giuseppe Verdi, un’aria dell’opera Nabucco dedicata alla nostalgia degli ebrei verso la loro terra mentre si trovano prigionieri in Babilonia. “Oh mia patria sì bella e perduta! Oh membranza sì cara e fatal!”: la Lega si riconosce in un popolo che cerca la propria casa e che vuole liberarsi dalle oppressioni esterne. Naturalmente, nessuno li ha mai cacciati dalla cara Padania, ma a ben vedere ciò che è capitato alla loro terra dagli anni Cinquanta a oggi può bastare a spiegare un notevole spaesamento. Dove l’industrializzazione ha segnato maggiormente il territorio, dove il paesaggio è stato divorato, dove la costruzione, di infrastrutture o di edifici, ha tolto riconoscibilità ai luoghi, si comprende lo spirito di chi piange “l’aure dolci del suolo natal!”.

L’invenzione della Padania prevedeva anche il riappropriarsi delle lingue locali, molto diverse tra loro, contro l’italiano statalista e centralista. Non solo nelle scuole, dove la Lega ha cercato più volte di introdurre l’insegnamento dei dialetti, ma anche nella toponomastica. L’arrivo dei leghisti alla guida di un municipio corrispondeva spesso alla comparsa dei cartelli con la denominazione dialettale del paese o della città in questione, come bandiere di una ritrovata identità. A ciò si accompagnava anche l’intitolazione di strade alla Padania stessa o all’Indipendenza, con la maiuscola.

La lingua però non bastava, servivano altri simboli da piazzare sul territorio, istituzionali e non. Il primo elemento è il colore verde scelto come tratto distintivo. Un verde esibito con maniacalità anche nei vestiti dei politici leghisti, contrapposto al più concreto grigio che in realtà domina ampi scorci del paesaggio padano. Al verde si affianca il sole delle alpi, sorta di fiore stilizzato con sei petali appartenente a una tradizione iconografica arcaica diffusa in tutto il mondo. La Lega se ne è appropriata e ha depositato il marchio tingendolo appunto di verde. Dal 1996 in avanti il sole ha iniziato a comparire sugli adesivi appiccicati ai cartelli stradali, nelle bandiere, nel simbolo elettorale della Lega fino a identificare completamente il partito e il territorio della Padania. Il caso più estremo è avvenuto a Adro, nella provincia di Brescia, nella Macroregione Centrale, dove il sindaco ha fatto decorare una scuola elementare con soli delle alpi applicati ovunque, dai vetri della recinzione esterna ai tavoli nelle aule, dai cestini della spazzatura al tetto dell’edificio.

L’invenzione della Padania prevedeva anche il riappropriarsi delle lingue locali, molto diverse tra loro, contro l’italiano statalista e centralista.

“Ai leghisti sono sempre piaciuti i caratteri cubitali, ben distinguibili tra le scritte pubblicitarie che si incontrano lungo le strade.”

I simboli sono stati rimossi per ordine del tribunale, il che è un peccato: una simile espressione di onnipotenza padana sarebbe stata in realtà da conservare come testimonianza di un’epoca e di una ideologia.

L’altro segno grafico di cui si è appropriata la Lega è la croce di San Giorgio, rossa su sfondo bianco. È simile quella dei Crociati, anch’essi chiamati a liberare una terra conquistata dagli infedeli, ed è legata al santo che sconfisse il drago. Lo stesso drago che si incontrava anticamente nei gonfaloni di numerosi comuni del Nord Italia e che secondo il mito viveva nelle acque del lago Gerundo, leggendaria distesa d’acqua che ricopriva la pianura padana centrale. La sconfitta del drago, la vittoria sulla piana un tempo ostile, la conquista di un territorio: tutti elementi che si possono ritrovare nel grande miscelatore leghista di simbologie. Anche la croce, oltre che lungo la bandiera della Lega, si è diffusa nel territorio grazie a una capillare azione di propaganda. Ai leghisti, inoltre, sono sempre piaciuti i caratteri cubitali, ben distinguibili tra le scritte pubblicitarie che si incontrano lungo le strade. Gli slogan Secessione, Padania libera, Roma ladrona, W Bossi, tra gli altri, sono diventati fedeli compagni di viaggio dei padani o dei loro visitatori. Altrettanto significativa è la figura stilizzata di Alberto da Giussano, il condottiero che nel dodicesimo secolo guidò la Lega Lombarda alla vittoria sulle truppe di Federico Barbarossa, l’imperatore del Sacro Romano Impero. Alberto, l’uomo con l’armatura e la spada sguainata, è il primo simbolo elettorale leghista. Comuni del settentrione uniti nella lotta contro un conquistatore esterno, una federazione di valorosi guidati da un eroe appartenente più alla leggenda che alla storia, la difesa comune delle proprie terre pur nel mantenimento delle rispettive autonomie (la Lega Lombarda era un’associazione temporanea): ce n’è per alimentare sogni indipendentisti di intere generazioni.

Autostrada A4
Con 517 chilometri bitumati, la Grande Madre unisce, alimenta e rigenera costantemente la Macroregione, toccandone le principali città mentre corre verso il mare. L’Autostrada A4 è una delle più trafficate d’Europa ed è geograficamente spostata verso la Pedemontania, l’area della Padania più a ridosso delle Prealpi.

La diffusione del brand padano ha trovato spazio anche grazie ad alcuni luoghi entrati di diritto nella mitologia del movimento. Il principale è Pontida.

Questo spirito belligerante ha trovato spazio nella Lega con le formazioni paramilitari direttamente legate al partito come le Camicie Verdi (al centro di un’inchiesta per attentato all’unità dello stato), la Guardia nazionale padana o i Volontari padani. Gruppi nati per presidiare il territorio e tingerlo dei colori di un movimento politico che alla Padania ha dedicato anche un giornale, ora chiuso, una radio e una televisione, anch’essa chiusa, una banca, protagonista nella sua breve vita di un crac finanziario. A ciò si sono aggiunte negli anni una squadra di calcio, che ha partecipato a diverse edizioni dei Mondiali delle nazioni non riconosciute (come il Kurdistan e la Lapponia), vincendone tre, un concorso di bellezza, Miss Padania, una gara ciclistica, il Giro della Padania.

La diffusione del brand padano ha trovato spazio anche grazie ad alcuni luoghi entrati di diritto nella mitologia del movimento. Il principale è Pontida, un piccolo comune nella bergamasca, nella Macroregione Centrale, in cui dal 1990 si è svolto l’annuale raduno leghista in omaggio al patto siglato nel medioevo dai comuni della Lega Lombarda. Un appuntamento fisso sul prato verde in cui sbandierare l’orgoglio celtico popolare e populista, riassunto negli elmi forniti di corna secondo i canoni della moda barbara, mentre un altro spazio, più privato, era riservato ai leader del partito: si tratta di Ponte di Legno, località alpina bresciana, sempre nella Macro Centrale, in cui ogni agosto Umberto Bossi soggiornava e dettava la linea politica.

Dalla pianura alla montagna, la sintesi della topografia leghista, attraverso terre che la Lega stessa, con i suoi amministratori locali, ha contribuito a disastrare perpetrando la tradizione dei suoi predecessori politici.

Comuni radici etniche, confini (labili) cercati nella storia sepolta da secoli, identità linguistiche da difendere, la rivendicazione di una laboriosità genetica che ha prodotto ricchezze uniche, nemici da combattere che assumono l’identità dei romani, del Barbarossa, dei terroni, dei fautori dell’unità d’Italia, dei romani intesi come governanti e burocrati del principale centro di potere italiano, degli immigrati, dei tecnocrati della Ue e della Banca centrale europea. Padroni a casa nostra, ripetevano e ripetono rappresentanti e militanti del partito, ma l’immagine di questa casa è stata distorta dai filtri di una propaganda surreale. La Lega ha fondato una nazione per sé e contro gli altri, prendendo la Piana del Disastro e adattandola a una retorica mitologica del tutto scollegata rispetto alla realtà concreta e quotidiana, e proprio per questo in grado di incidere sull’immaginario. La Padania, e la Macroregione amministrativa che dovrebbe sorgere al suo interno sono monumentali trompe l’oeil frutto di un’opera di rimozione dell’esistente: si parla degli insediamenti di tribù celtiche per superare la cruda realtà dei Classici Padani e per dare un senso compiuto ad una Terra Promessa saccheggiata a tal punto da avere perso una propria identità riconoscibile, naturale e umana.

Negli ultimi tempi la retorica padana è stata messa in disparte in favore di una linea politica che guarda più al resto della penisola e cerca consensi oltre i confini della terra verde, ma i suoi frutti immaginari restano sui rami di un’allucinazione collettiva. La Padania mitologica non esiste e non è mai esistita, ma la Padania reale è viva e concreta. Di fronte a uno specchio rotto in una galassia disarticolata di pezzi, la risposta è stata data da una cornice nuova in cui riassemblarli con una narrazione epica. Il paesaggio siamo noi, ma il paesaggio aveva, e ha, smesso di comunicarci in maniera comprensibile. Migliaia di unità brulicanti avevano fatto dello spazio una cosa propria, in una concezione padronale del territorio che ha attraversato generazioni di uomini, donne, lavoratori, artigiani, imprenditori, professionisti, politici e amministratori. La Padania mitologica era necessaria a espiare il peccato originale, a trovare una catarsi nel conflitto tra l’uomo e ciò che lo circonda. Verde, arcaica, fertile, produttiva, ricca, una Terra Promessa e una promessa che in realtà non potrà mai essere mantenuta. La Padania privata, la Padania pubblica, la Padania nella mente: la Padania esisteva già prima della Lega Nord, ma la Lega le ha dato un nome e un logo, ne ha raccolto il disastro e l’ha esaltato con un’epica lisergica da bere a grandi sorsate. Nella segnaletica pubblicitaria che straborda dai lati della strada statale, negli accostamenti edilizi privi di nessi logici, nella palma in giardino e nell’aiuola aziendale, nel fastidio del vuoto e nel vuoto da riempire, nella piscina e nella torre Eiffel in miniatura col traliccio sullo sfondo:

La Padania mitologica non esiste e non è mai esistita, ma la Padania reale è viva e concreta.

l’unità vera non è nel dna celtico. A unire la Terra Promessa è il cumulo di lacerti disseminati sulla via dello sviluppo patologico. Superato il capannone, tra l’area commerciale artigianale e la lottizazione residenziale, oltre alla rotonda che porta al cantiere girando a destra e poi ancora giù verso il parcheggio del mangia fino a scoppiare: sollevato lo sguardo dal banco di lavoro, all’uomo padano serviva un sogno e, com’è sempre stato nella sua natura pragmatica, se l’è fabbricato chiamandolo Padania.

“A unire la Terra Promessa è il cumulo di lacerti disseminati sulla via dello sviluppo patologico.”