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Sangue Aziendale

È la prima notte nella nuova casa e Sergio si sveglia verso le tre perché ha sete e perché ha poco sonno. Potrebbe bere in bagno, ma forse non ha voglia di acqua e decide di scendere le scale per andare in cucina. Recupera gli occhiali da vista sul comodino. Non ha ancora quella confidenza che permette di camminare al buio senza sbattere o inciampare, si appoggia alla cassettiera vicino al letto, raggiunge la porta già aperta e quando è in corridoio gli occhi sono già più abituati all’oscurità: non accende la luce per non svegliare la moglie, rimasta nel letto, e la figlia, addormentata nella sua stanza. Con cautela affronta i gradini che conducono alla grande sala curvando leggermente. Sono freddi, in granito rosa. Scendendo vede in basso la spia della tv, la lucina blu dell’antifurto e il bagliore del lampione davanti a casa che filtra da una delle finestre. Le ante sono aperte, ma ci sono le grate.

“Gli uffici sono a lato dell’ingresso principale, qui lavoreranno la moglie e la figlia.”

Attraversa il salone con maggiore sicurezza verso la cucina che occupa l’estremità opposta, lo guida l’orologio elettronico del forno vicino al lavello. Punta verso il frigorifero. Apre l’anta, sente l’alito freddo che ne esce, prende la bottiglia di coca cola e recupera un bicchiere dalla parte alta del mobile. Beve, fa un piccolo rutto e riattraversa il soggiorno verso la porta in legno che dà sul piccolo atrio chiuso da un’altra porta. Digita il codice sul pannello e sblocca la serratura disattivando l’allarme: davanti ai suoi occhi si apre il capannone illuminato appena dalle file di finestre a ridosso del tetto.
È ancora vergine: gli uffici sono a lato dell’ingresso principale, qui lavoreranno la moglie e la figlia, la parte dedicata al magazzino è lungo l’altro lato corto del rettangolone, mentre al centro sono stati piazzati i macchinari. Ci sono voluti tre giorni per completare il trasloco e un milione e mezzo per costruire ciò che aspettava da vent’anni, da quando ha lasciato il lavoro da dipendente per mettere in piedi la prima officina nella vecchia sede di un meccanico d’auto: a quarantotto anni ha completato la villetta con annessa azienda di trafilatura in conto terzi, passata da zero a otto dipendenti tra cui un cognato e il futuro genero.

“Sergio ha nutrito una del milione e mezzo di imprese cresciute nell’epica di uno sviluppo economico senza precedenti.”

Sergio è uno degli uomini che hanno fatto la Macroregione. Nelle sue vene scorre il sangue aziendale che ha nutrito una del milione e mezzo di imprese cresciute nell’epica di uno sviluppo economico senza precedenti. È nato dopo la guerra, ha iniziato a lavorare a quattordici anni spazzando da terra i resti delle lavorazioni della piccola impresa artigiana dello zio. Dopo un anno ha iniziato a mettere le mani sulle macchine per la tornitura e da lì in avanti non ha mai smesso e non intende certo smettere ora che ha conquistato il suo piccolo regno con al centro la fortezza casalinga e aziendale, completato da un giardino, un’aiuola e un parcheggio lungo la via interna che affianca la strada della nuova lottizazione vista campi, a sud. Dall’altro lato, verso nord, si profilano le prealpi oltre la fila di capannoni che ospitano officine, magazzini, ingrossi. A est e a ovest altre villette, alcune a schiera e altre singole. Adesso sa che da qui non si sposterà mai.

La Macroregione di Sergio è un aggregato di epicentri produttivi da cui escono oltre seicento milioni di euro di pil all’anno, poco meno del quaranta per cento del prodotto interno lordo di tutta la Penisola. La Centrale domina, genera da sola metà della ricchezza di tutta la piana, e con la Macroregione Occidentale ha visto svilupparsi al suo interno il principale asse di crescita economica tra Milano, la capitale, e Torino, la sottocapitale, già nel corso dell’Ottocento. La vera scossa tellurica del secondo dopoguerra si è propagata però nella Macroregione Orientale, passata dall’arretratezza al benessere in pochi decenni, con una rapidità che ha lasciato senza fiato i suoi stessi abitanti. Se la Centrale e l’Occidentale hanno spostato il loro peso verso il settore terziario, l’Orientale resta percentualmente più legata all’industria in senso stretto. Per tutte e tre vale, anche dopo anni di crisi, una caratteristica generale: non c’è settore economico su cui non sia piovuta una prosperità soffocante, dall’agricoltura al commercio, dall’artigianato alla finanza. Non c’è il petrolio: la corsa all’oro, nella Macroregione, è stata fatta sfruttando le risorse direttamente disponibili: spazio, tempo e lavoro, inteso come fatica.

Crespi d’Adda
Crespi d’Adda è Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco per via del villaggio operaio affiancato agli stabilimenti costruito dall’imprenditore Cristoforo Benigno Crespi a partire dagli anni Settanta dell’Ottocento. Si trova in territorio di Capriate san Gervasio, nella Macroregione Centrale, ed è un esempio raro di archeologia industriale, recentemente acquisito dall’imprenditore edile Antonio Percassi per un suo rilancio.

La Macroregione è un organismo alimentato dalla piccola e media impresa

Sergio ne ha fatta tanta di fatica, prima di arrivare a bersi il suo bicchiere notturno di coca cola, che non saprebbe nemmeno più dire come ha fatto. La Macroregione è un organismo alimentato dalla piccola e media impresa, lui stesso è cresciuto rimandendo piccolo. Alla base del suo lavoro c’era la presenza del lavoro altrui, c’era un contagio collettivo e ubriacante ed ora guarda con un po’ di preoccupazione alla figlia chiedendosi se anche lei avrà la stessa sete, la stessa fame, quando avrà finito l’università e dovrà occuparsi a tempo pieno dell’azienda. Un giorno, magari, senza di lui. Sergio non ha avuto molto bisogno di pensare, attorno soffiava un vento che spingeva a fare e fare e ancora a fare, assieme agli altri, prima degli altri, più degli altri. Sergio la vede che ogni tanto si distrae e intanto ha cominciato col comprarle una casa nel centro del paese. Le servirà per sposarsi e vivere poco distante dall’azienda e dalla famiglia. Sua moglie la sta arredando un pezzo alla volta: per ora ha iniziato dalla cucina e da una parte di salotto. È una specie di gioco, la casa intanto resta disabitata, ma quando servirà sarà completamente pronta.

Il commercialista ha spiegato a Sergio come stare in equilibrio con l’azienda: mantenendo una percentuale di nero attorno al quaranta per cento di quanto guadagna non dovrebbe avere problemi col fisco. I soldi, comunque, devono girare e sta valutando di prendere una quota di un futuro quartiere residenziale che dovrebbe sorgere attorno alla nuova scuola. Il comune ha bisogno degli oneri dei cantieri per costruirla ed è pronto a rendere edificabili una serie di campi: se l’operazione andasse in porto, ci potrebbero volere anche cinque anni, alla fine gli resterebbero altri quattro appartamenti da aggiungere a quello vuoto nel centro del paese e alla villa in cui abita. Per un po’ dovrebbe bastare.

40%

Fatturato in nero sotto il quale difficilmente scattano controlli delle forze dell’ordine

Quello delle costruzioni è un pallino recente e, calcolando che per sé spende molto poco, si può dire che sia il suo unico vezzo. A parte l’auto, una tedesca, che però usa di rado perché non ha posti particolari dove andare. Moglie e figlia possono continuare a condividere l’utilitaria italiana.

Quando chiedi a Sergio se sa cos’è la Macroregione ti guarda con occhi sottili che sembrano prenderti in giro. Sa di essere ricco, questo sì, ma sa anche di dover lavorare per essere ricco. E sa che la Macroregione è ricca, ma pensa che se lo sia meritato. Lui, ad esempio, si è concesso una settimana di ferie all’anno per andare a funghi in montagna, in agosto. Ogni anno i fuochi di artificio a Ferragosto, il mercato del giovedì nel paese a fondovalle e le camminate con la schiena piegata sotto gli alberi nei giorni consentiti per la raccolta. Partenza da casa il sabato pomeriggio, dopo l’ultima mattinata di lavoro in azienda, e ritorno il sabato sera successivo, per evitare le code del rientro domenicale. La sua Macroregione è molto micro, uno spazio vitale e lavorativo che non supera i tre chilometri quadrati a cui si aggiunge quello per lo svago vacanziero a un centinaio di chilometri da casa.

Una Microregione nella Macroregione, in cui Sergio è padrone del proprio destino perché lo produce da sé e non lo molla nemmeno per un istante. Ha il suo spazio, la sua porzione, ne ha gettato le fondamenta e ne ha eretto i muri fino al tetto perché si vedesse, perché si sapesse che quella cosa lì era presa ed era sua. Lo sa lui, lo sa chi lavora con lui, lo sanno gli altri che sono fuori da quel regno. A nord lo sguardo di Sergio raggiunge le prealpi, a sud si estende verso la bassa pianura coltivata su cui sono cresciuti i suoi genitori. La cosa che gli somiglia di più, a parte la figlia, è quella villa col capannone che ha da poco finito di costruire. Gli somiglia così tanto che, facendo attenzione, può già muoversi al suo interno senza bisogno della luce. Per farsi un caffé, una volta rientrato in casa dopo la visita al capannone, decide di accenderla: già che c’è fa colazione e si veste. Vista l’ora può anche prepararsi per cominciare a lavorare.