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Il Dio dell'Oro

Il Dio dell’Oro porta la bandana, ha sempre gli occhiali da sole ed è pieno di tatuaggi sul fisico massiccio anabolizzato. È il Dio dell’Oro, se gli scappa la bestemmia non c’è nulla che lo trattenga e di fronte all’autorità sbandiera i milioni di euro di fatturato che l’hanno elevato dalla condizione umana a quella di divinità in espansione nella Piana. Niente più sangue, ossa, muscoli: soltanto oro penetrato anche nel nome, diventato appunto Mirkoro.

Mirkoro non è mai stata la più grande catena di compro oro della Penisola, come indicavano le pubblicità in cui l’imprenditore varesotto si definiva il Numero Uno, ma per cinque anni un’ipnosi ha garantito la glorificazione locale del quarantenne Mirko Rosa, in società assieme al

“Mirkoro non è mai stata la più grande catena di compro oro della Penisola, ma per cinque anni ha garantito la glorificazione locale del proprietario quarantenne.”

padre e a un pubblicitario che ne ha gestito il marchio a partire dal 2009.
Il piccolo regno fatto di una ventina di negozi sparsi tra la Macroregione Centrale, quella Orientale e quella Occidentale si è consolidato mentre la crisi portava migliaia di persone a vendere oggetti d’oro di qualsiasi tipo, dalle collanine agli orologi, dagli anelli ai denti, nei negozi con le insegne gialle proliferati negli spazi abbandonati dal piccolo commercio.

Nel 2013 erano stimati in circa trentamila lungo tutta la Penisola, con una maggiore concentrazione nella Macroregione Centrale, in cui si calcolava che ci fosse un terzo di tutti i compro oro per un giro d’affari indicativo di cinque miliardi di euro. La riproduzione delle filiali è stata costante a partire dal 2003/2004, anni in cui iniziò una fase di crescita del prezzo dell’oro con i relativi maggiori guadagni per chi decideva di liberarsi dei propri oggetti preziosi. La lunga recessione economica ha completato l’opera, alimentando l’impatto scenografico delle nuove attività commerciali.

“Nel 2013 erano stimati circa trentamila Compro Oro in tutta Italia.”

Nel settore si sono sviluppati alcuni colossi, come Oro Cash, con quattrocento filiali in Italia e altre cinquanta in Spagna, che hanno attratto fondi d’investimento vista l’alta redditività. In confronto, Mirkoro è una microrealtà, ma ha creato un’immagine che staccava nettamente questa catena dalle altre, fino all’arresto del portabandiera, al successivo passaggio in una comunità, tra la fine del 2014 e i primi mesi del 2015, e al patteggiamento di una pena a due anni e quattro mesi per maltrattamenti alla compagna, sentenza contro cui è stato presentato ricorso in Cassazione. La vendita dell’oro è stata sempre accompagnata dal concetto di crisi economica, ma Mirko Rosa ha ribaltato questo triste accostamento cucendo su di sé l’immagine dell’imprenditore milionario, a bordo di Limousine, Lamborghini o Hummer dorati, impegnato in party nelle discoteche, circondato da bodyguard, frequentatore di feste, ribelle in lotta contro gli odiati questori. Soprattutto, ci ha messo la faccia, o meglio la maschera fatta di bandana, occhiali da sole, muscoli, tatutaggi e, all’occorrenza, sniffaina, ora ripudiata.

Mirkoro è stato un leader. Partito da un piccolo negozio di Castellanza, in provincia di Varese, nella Macroregione centrale, ha conquistato punti commerciali estendendosi lungo la Piana e propagandando una potenza che metteva in ombra i concorrenti, abituati a celarsi dietro alle insegne delle catene Oro Euro, Pomo d’Oro o Banco dei Metalli. Dalla ventina di negozi marchiati nel corso degli anni, nel 2014 lo troviamo con diciassette filiali e un fatturato di nove milioni e quattrocentomila euro, cifra che conferma la stima di mezzo milione di euro di valore per ogni compro oro negli anni di maggior successo. I dati sono contenuti in una sentenza del Garante della concorrenza che condanna il padre di Mirko Rosa e il socio pubblicitario a una multa per le indicazioni ingannevoli contenute negli spot. La cifra a cui è associata la catena è 49, intesi come quarantanove euro al grammo, il prezzo più alto pagato nella Penisola, più alto delle quotazioni dell’oro puro e decisamente spropositato rispetto al valore attribuito agli oggetti acquistati nelle filiali. Naturalmente è uno specchietto per allodole: la questione delle stime dei gioielli, incerte, basse, falsate, accompagna tutti i compro oro.

“Al poveraccio viene sbattuta in faccia la sua condizione di mentecatto che elemosina.”

“Quarantanove al grammo, non è solo una scritta, quarantanove al grammo è quanto vale la tua vita”. La frase è nel pezzo rap Mirkoro, il cui video smargiasso e low budget è popolato da ragazze bagnate in piscina, bottiglie di champagne e strisce di polvere bianca. Al poveraccio viene sbattuta in faccia la sua condizione di mentecatto che elemosina contanti mentre altri fanno i soldi veri e se li godono grazie a un successo cresciuto in pochissimi anni. Un mondo dorato che è andato insinuandosi lungo strade statali, nelle suburre e nei centri storici, nelle zone commerciali delle nuove lottizzazioni, con parcheggi fronte semaforo. Mirkoro poteva permettersi di offrire cinquantamila o centomila euro di ricompensa a chi aiutava a trovare l’autore di un omicidio, ma non solo.

Il Dio dell’Oro invocava la pena di morte per gli assassini, faceva circolare furgoni dotati di vele con maxiposter in cui il Papa gli si inginocchiava di fronte, propagandava opere benefiche con la Fondazione Verso un Cuore d’Oro, ripeteva ossessivamente quel numero, 49, 49, 49, parte integrante del marchio.

Guai giudiziari a parte, la fase discendente della parabola di Mirkoro si accompagna a una crisi del settore causata dalla saturazione del mercato e soprattutto dall’abbassamento delle quotazioni dell’oro. Il tutto mentre è in discussione una legge che dovrebbe regolamentare in maniera più stringente queste attività, con registri nelle

“Hanno cambiato il paesaggio urbano e suburbano, colorandolo di una tonalità gialla chiassosa e decadente.”

camere di commercio, equiparazione dei compro oro agli operatori professionali nella gestione dei preziosi, con estensione delle norme antiriciclaggio e introduzione di un borsino dell’usato che metta al riparo i clienti dalle fluttuazioni eccessive delle stime fatte di filiale in filiale.

La nuova normativa prevede anche maggiore accuratezza nella compilazione dei registri dei clienti. Riciclaggio di denaro, usura, ricettazione, evasione fiscale: sono tra le accuse più frequenti lanciate nei confronti di chi ha prosperato acquistando e rivendendo preziosi in oro o argento. Una legge più severa è richiesta anche dall’Antico, l’Associazione nazionale tutela i compro oro, anche per salvaguardare gli operatori onesti. Secondo il suo presidente, Nunzio Ragno, queste attività svolgono “una funzione sociale verso la collettività” assicurando liquidità a chi ne ha bisogno. Di sicuro hanno cambiato il paesaggio urbano e suburbano, colorandolo di una tonalità gialla chiassosa e decadente. Alle persone che vi si fermano davanti le vetrine ricordano che le loro vite valgono quarantanove euro al grammo. Al massimo, ma spesso molto meno.