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Dentro la Mangiatoia

La fame è grande nella Macroregione e la fame è ambulante, segue gli spostamenti degli occupanti della piana e ha bisogno di essere sfogata lungo il cammino. L’abitante della Macro è un pellegrino in terra sconsacrata, consuma i suoi sandali gommati sull’asfalto che unisce i puntini del percorso tra la casa e la casa, la casa e il lavoro, il lavoro e il lavoro, il lavoro e la casa e l’oasi commerciabile. Diramazioni circolari di un enorme apparato digerente che trangugia ed espelle, espelle e trangugia nei giorni feriali senza piacere.

La fame è grande e la fame è un fastidio da risolvere esprimendo il disagio secondo l’ordine dato dalla scansione lavorativa. Il pranzo è di lavoro ed è qui che si manifesta il bisogno macroregionale di nutrirsi: i primi a presentarsi saranno i lavoratori dei cantieri, due minuti prima di mezzogiorno;

“La struttura perfetta nasce da un’invenzione linguistica che trae forza dall’assenza di significato: sushi wok.”

poi verranno i dipendenti aziendali alla mezza; mentre quando dopo un’ora il furgone ripartirà verso l’insediamento cementificabile saranno le cravatte delle banche a sgusciare tra le le gocce di unto ad ogni boccone, assieme al drappello degli statalisti a cui talvolta capiterà di uscire dalle più comode mangiatoie del centro periferia. Le variabili impazzite sono i viaggiatori commerciali o i manufattori artigianali: per loro l’orario non è mai prestabilito, fatto salvo per il limite massimo entro cui risolvere la faccenda tra il caffè e lo stuzzicandenti, alle due e mezza del pomeriggio.

L’apparato digerente ha bisogno di carboidrati e di fibre, di variazioni di carne grigliata e di pesce decongelato per l’apporto di proteine. Il pranzo è aziendale e il menù è completo, dieci euro è il prezzo massimo fissato per convenzione dalle insegne tariffarie posteggiate all’ingresso del sedime verso la strada statale.

“In un anno i lavoratori della MacroRegione dedicano fino a 16.000 minuti per la pausa pranzo.”

Nell’apparato digerente scivolano i grissini e le paste arrabbiate, le mozzarelle alla caprese o crespelle e cotolette, i tostoni e le pizze tonde del mezzogiorno arroventato, le bistecche e le insalatone tonno e uova. Se non mangia carne si possono fare delle verdure grigliate con una fetta di formaggio. Salsa tartara nel taschino e olio porzionato nella confezione usa e getta. Serve ancora pane, l’acqua a temperatura ambiente. Odore di brodo, profumo di freni, l’orzo nella tazza grande e il risucchio nello spazio tra i denti.

“Dieci euro è l’equilibrio tra la qualità industriale del pranzo e la disponibilità economica del pranzante.”

Nei quaranta minuti di masticazione non si affrontano pietanze, ma le loro repliche in versione riscaldata, scotta, ingrassata e desaporita: all’uomo della Macroregione serve un tampone nello stomaco, cerca i gusti che conosce per tradizione oppure viaggia nell’esotismo di una deriva orientale. La struttura perfetta, più di ogni baracchino stradale, bar, trattoria, pizzeria, nasce da un’invenzione linguistica che trae forza dall’assenza di significato: sushi wok. Sushi wok, una cosa a base di riso e una pentola. Sushi wok non vuole dire proprio niente. È il nome perfetto per offrire lingue di pesce crudo e letti di gomma bianca e appiccicosa, rotoli circondati da alghe con dadi di verdura e formaggio fresco, buffet di tessere di domino che si possono completare con grigliature, fritture e se serve anche pizze. Sushi wok all’enigma d’oriente, scatole ristoratrici con il grigio capannone fuso al rosso del dragone con la formula del mangia finché vuoi, finché puoi, finché scoppi.

Il sigillo è nei dieci euro. È l’equilibrio accettato tra la qualità industriale del pranzo e la disponiblità economica del pranzante. Dieci euro è la sanzione che si accetta di pagare per essersi fatti tradire ancora una volta dalla fame.

Puoi saldare in contanti o con il buono pasto, la versione cartacea della mensa aziendale: al possessore viene riconosciuta la somma stampata sul tagliando, all’azienda che lo fornisce al dipendente viene riconosciuto uno sconto fiscale, al ristoratore che lo accetta viene riconosciuta una parte del valore, diviso con la società che gestisce il circuito dei buoni pasto. È tutto un riconoscimento. Non solo il cibo, ma anche il denaro è sostituito con una sua rappresentazione nella pausa prandiale.

Ogni pellegrino, terminata la funzione nutrizionale, è stordito dalla nebbia cerebrale. Può riprendere il cammino asfaltato mentre aspetta di digerire nell’apparato macroregionale. Il respiro, all’inizio, è affaticato. Si sente quasi riflessivo, con i piedi liquefatti sul marciapiede verso il parcheggio. Le pupille dilatate, le dita sulla fattura mentre il pollice fa volare la schermata del telefono computerizzato e le chiavi dondolano nell’altra mano. Si è pentito di non essere passato dal bagno, la fame è grande, ma ora è lontana e può tirare fino a sera, ora che si è rotolato nella mangiatoia del tanto e del tutto.

“Ogni pellegrino, terminata la funzione nutrizionale, è stordito dalla nebbia cerebrale.”