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Padania Classics

L’osservatorio della MacroRegione

La Padania esiste. E’ un territorio del nord Italia senza confini nazionali ma definito da azioni politiche e imprenditoriali. Dopo 30 anni è sotto gli occhi di tutti.

Infastiditi dal vuoto

I new jersey di plastica bianca e rossa pascolano ai bordi della strada, si mettono in fila per incanalare le auto, si riproducono lungo le rotonde ovvero attendono la prossima transumanza. Vivono in comunità variabili, si spostano a gruppi e instaurano rapporti caratterizzati da un certo grado di fedeltà.

Un telo forato arancione sibila al vento e divide il mondo tra il di qua e il di là, dove c’è il cantiere: spesso i due territori sono intercambiabili, il manufatto è fluido e la sua costruzione supera le sue stesse barriere.

Il telo è aggrappato a una rete metallica zincata e spicca nel paesaggio della Macroregione contrastando il grigio di una giornata senza ombre o esaltando il sole nelle sue vittorie sulla piana.

“La Macroregione senza cantieri non sarebbe Macro.”

Talvolta si fa sostituire da un lenzuolo verde artificiale che garantisce la discrezione e censura la pornografia dei lavori in corso. Oltre c’è un’impalcatura, uno scavo, un’asfaltatura ai piedi di cavalletti bianchi e rossi, nastri omocromi spezzati da un passante, coni di plastica arancione, il simbolo del casco da indossare e una pila di forati che si specchiano in una pozzanghera. Deviazioni obbligatorie su fondo giallo.

La Macroregione senza cantieri non sarebbe Macro. Raccordi autostradali, innalzamenti di tramezze, tubi delle fognature da sostituire, villette e palazzi a puntellare il paesaggio: è stata calcolata un’occupazione del suolo pari a otto metri quadrati al secondo dagli anni Cinquanta a oggi, è come se nel tempo di uno starnuto sorgesse una nuova stanza grande come una toilette davanti a occhi increduli per un simile sfoggio di potenza. Sbam! Tra gli innumerevoli primati che detengono, la Macroregione Centrale e la Macroregione Orientale si qualificano ai vertici della scala della cementificazione continua. Il cantiere è segno di vitalità, secondo il vecchio adagio “quando la cazzuola fischia l’economia canta” e con lei intonano un Magnificat i coristi impegnati nei trasferimenti di denaro dal chiuso dei fondi bancari o dei doppifondi aziendali, tra ghiaie, sabbie e argille da escavare o nuovi calcestruzzi al ripieno di tondo d’acciaio da tumulare, circondati da sudari bituminosi che pietosamente celano quel che resta della Piana fin verso le pendici montuose.

“Quando la cazzuola fischia l’economia canta”

L’epica del cantiere risuona più potente di qualsiasi allarme venga lanciato contro il Consumo di Suolo, espressione amata e odiata dalle frange ambientaliste, che però non basta ad abbracciare una realtà divorata dai manufatti. Consumo di Suolo: la pur nobile ripetizione di un concetto che dovrebbe spaventare è marginalizzata dal più potente Fastidio per il Vuoto, quella sensazione che segna l’impossibilità di lasciare una qualsiasi striscia di terreno così com’è, nella convinzione che sia un elemento disponibile all’infinito e dunque da utilizzare, che si tratti del barbecue in mattoni da piantumare nel giardino di casa o del nuovo viadotto presso l’area artigianale. Tutto è cantiere nella Macroregione che deve all’edilizia un ventesimo della propria ricchezza e che prova a superare le fiacchezze della crisi con flebo di interventi pubblici, ove possibile, e con defibrillatori in sapienti mani private.

L’espressione più recente e massima del Fastidio per il Vuoto ha portato nella Macroregione Centrale la grandiosa spianata tra Milano e Rho di Expo 2015, l’Esposizione Universale dedicata al macro tema Nutrire il pianeta, energia per la vita e che coerentemente ha scelto come propria sede terreni un tempo agricoli per centodieci ettari, a cui vanno ad aggiungersi altri mille e seicento ettari di suolo occupato per le strade connesse a Expo, dalla BreBeMi alla Pedemontana alla Tangenziale est esterna milanese. In maniera significativa, il cibo evocato come nucleo centrale della fiera semestrale formato maxi perde le proprie radici in quanto, notoriamente, dove si costruisce è impossibile qualsiasi coltivazione. La luce non filtra, l’acqua si blocca, la terra non sfama, la linfa si prosciuga: lo spazio se ne è andato. Per una di quelle ironie del destino, il nutrimento di cui si parla sembra manifestarsi in realtà nelle inchieste giudiziarie che, susseguendosi una dopo l’altra, hanno scandagliato fenomeni di corruzione nella gestione degli appalti. Expo è il Cantiere Definitivo, anche se non sarà l’ultimo, nella Macroregione votata all’accumulo.

La provincia della Macroregione col maggior numero di cantieri è Brescia con 2715 dichiarati nel 2014, seguita da Milano con 2550

Per meglio chiarire il concetto, anche dopo l’inaugurazione avvenuta il primo maggio, sono rimasti in giro operai, ruspe, trapani, dato che i ritardi nei lavori non hanno consentito di completare per tempo tutte le opere.
Cumuli di cibo e cumuli di terra: Mangialand e Cantieristan uniti nel sogno divenuto Macro.
La caratteristica del Fastidio per il Vuoto, oltre alla pervasività delle sue manifestazioni, è l’irreparabilità. Questo lo si nota nei luoghi in cui il tempo e il cambiamento delle condizioni economiche hanno trasformato edifici da indici di sviluppo a bandiere di declino.
Non esiste riconversione nemmeno per le aree occupate da Expo, per il momento lontane dagli appetiti di nuovi immobiliaristi, poste di fronte a un orizzonte incerto una volta che l’autunno avrà desertificato questi spazi smisurati.

Il cui simbolo, alto più di trentacinque metri, è una pianta artificiale chiamata Albero della Vita: una struttura in legno e acciaio che non produce frutti, pensata come elemento di nascita e rigenerazione, ma in definitiva segno dell’indomabile bisogno di fare per il fare, di erigere per il gusto della conquista, bandiera fine a se stessa la cui collocazione, alla fine di Expo, è ancora da decidere.
I monumenti, nella Macroregione, non mettono radici: mirano all’eterno, ma prosperano per il tempo di un cantiere.

166%

Dal 1950 ad oggi la cementificazione è cresciuta del 166%, a fronte di un aumento della popolazione del 28%. (ISTAT)